Home        Opere        Critica        Cataloghi        Contatti
Maurizio Sciaccaluga

Pur muovendosi, in senso lato, nell'ambito di quel movimento di gusto e tendenza conosciuto come Nuova figurazione, pur prendendo parte alla generale riscoperta artistica della carne e del ritratto, Gianni Molaro basa su altri elementi e su fattori profondamente diversi – decisamente più evidenti, tangibili e plastici, chiaramente meno narrativi e più passionali – la peculiarità della propria ricerca.

L'artista napoletano dà corpo alla pittura, la fa lievitare di spessore, la forza oltre i suoi limiti storici e formali. Sovverte l'idea stessa di quadro, rovescia e inverte l'importanza e la funzione dei momenti di preparazione ed esecuzione.
Il suo lavoro di ritrattista e di figurativo fonda sulla volontà di violare i confini dell'opera, sul bisogno di ridiscutere i tempi e i modi del dipingere, sulla necessità di rivedere il ruolo del pittore stesso.

Se per tutti gli altri, o almeno per la gran parte degli altri, la tela è solo la superficie su cui dar vita alla creazione, e di conseguenza la cosiddetta preparazione serve ad accogliere quella che sarà l'azione artistica vera e propria – dunque alla fine si finisce per dar vita a un'attenzione e un'aspettativa quasi sacrali per l'arrivo della pennellata – per Molaro il supporto diventa ben presto l'anima stessa del lavoro, il suo nerbo, il suo respiro. Non solo uno scheletro sul quale costruire la narrazione, piuttosto un carattere definito e compiuto capace di indirizzare il colore, il gesto, la forma che dovranno arrivare. La pennellata è una conseguenza, è relegata al ruolo da comprimario invece che in quello del protagonista. Nelle mani dell'autore la preparazione del quadro non è semplice stesura del fondo: è, invece, architettura dell'idea, presa di possesso dello spazio, scansione dei volumi e degli elementi del pezzo.

I quadri non hanno nulla dell'impianto tradizionale (e quando ne hanno qualcosa, come per Andrea aggrappato al telaio, il senso ne è esattamente stravolto): sono sculture d'olio e tela, sono installazioni su cui la storia non poggia – come invece nei lavori soliti, usati – ma scorre, s'insegue, s'avventa. Scivola attorno, da una parte e dall'altra, senza che lo spettatore possa sentirsi rassicurato dalla rigida bidimensionalità della superficie. Molaro scolpisce la tela, la cuce, la taglia, la solidifica, la sovrappone e irrigidisce, la trasforma in ventaglio e in proscenio, e così facendo ne fa un teatrino della vita, un palcoscenico d'ombre e fantasmi dove c'è già il senso, ci sono già i tempi, non mancano le presenze di tutto quello che l'autore andrà poi a raccontare, con precisione accurata, anche col disegno. Le pennellate, i personaggi, le figure – in definitiva, il dipingere – arrivano infatti in seguito, e sono una conseguenza di quanto fatto in precedenza: rifiniscono, completano, non sono vivificanti perché il grande lavoro è già stato compiuto prima che loro prendessero corpo.

Molaro dipinge ma non vuole si santifichi il tocco, il gesto particolare, la grafia; come a dire che la pittura da sola non basta, che c'è necessità d'un supporto attivo che possa muoverla, farla scattare, spronare. Il lavoro sulla tela, le cuciture, le suture del supporto fanno in modo che la lettura di ogni opera dell'artista sia sincopata, nervosa, che un primo sguardo non possa bruciare e consumare l'insieme della composizione: ogni pezzo ha bisogno di tempo, richiede pazienza, va circondato, scrutato, esplorato affinché si possa arrivare davvero a conoscerlo. Dare corpo alla pittura significa inoltre, per Molaro, non limitarsi a trattare il corpo dipinto, a evocare la carne e descriverla. L'artista, con campiture, scansioni e colpi di pennello, veste il corpo che rappresenta, lo riempie, lo gonfia. Lo veste dal di dentro: non è più la pittura che racconta l'uomo, ma l'uomo che indossa e giustifica la pittura.

Quando sono dipinte, quando ricevono il colore e il disegno, bronzi e sculture sono quadri che camminano, che si muovono, che danno ai pezzi quel moto e quel divenire che altrimenti non avrebbero. La donna-urlo, la donna-11 settembre, la donna-elefante, la donna mare sono, per esempio, un'ipotesi concreta e diversa di trattare il corpo nel paesaggio, di fondere – questione delicata e difficile per l'arte di tutti i secoli – la figura con l'ambiente, i personaggi con gli sfondi. L'artista colloca la protagonista dei vari lavori, la ragazza, all'interno del panorama, ma questo interno è letto e interpretato in senso letterale, fisico. Il paesaggio non accoglie – semplicemente – la figura: la ingloba, la mastica, l'assaggia, la digerisce. La pittura non è più uno strumento per leggere il mondo, ma è il mondo stesso, in una delle sue possibili manifestazioni.

C'è anche, nella ricerca dell'artista, un'altro aspetto caratteristico e importante: la storia personale, il proprio vissuto, la realtà del mondo che lo circonda ogni giorno. Molaro riflette dell’esagerazione e dell’incongruenza della sua Napoli, riflette dell’esagerazione e dell’incongruenza dell’universo glamour di cui si trova a far parte. Nel suo kitsch, esagerato e crudele, cinico e senza pietà, echeggiano numerose le voci della società contemporanea, dalle storie da rotocalco alle immagini in rosa shocking, dagli scandali ad uso della pubblicità alle vicende scritte e trattate ad uso e consumo dei riflettori. Ogni situazione raccontata dai pezzi, ogni contesto provato e tradotto in figura – dal rapporto di Andrea con L’origine del mondo di Courbet all’anti-dandy napoletano di cui l’artista narra la libertà e l’indipendenza, dalle riflessioni sulle relazioni umane agli autoritratti come fulcro e moto primo della vita stessa – é amplificata attraverso un megafono di colori roboanti e lucenti, attraverso una giostra di tocchi e segni volutamente eccessivi: soltanto l’esagerazione dell’arte svela infine l’assurdità della vita. Molaro – non senza un pizzico di malignità –- scava e scruta tra le umane debolezze, ridicolizza la morbosa curiosità che, seppur celata, alberga nel profondo del carattere di ogni persona. Chi può dirsi davvero sicuro che la vita vera non sia anche quella vista al setaccio dalle riviste stupide e morbose, chi ritiene che l’arte non debba occuparsi delle questioni di tutti i giorni ma solo di problematiche distaccate e scevre dai contesti, scagli contro di lui la prima pietra. Non sarà colpito da nessuno. Eppure Molaro non risparmia alcuno, e rilegge la realtà come fosse una fiaba popolare, col suo fondo innegabile da lezione morale profonda e incontrovertibile, con le sue figure esasperate e totalizzanti. Indaga le vie, i colori, i personaggi di Napoli, anche se stesso, per svelare gli aspetti strani, assurdi, grotteschi, poetici, teneri, curiosi – comunque sempre sinceri – del mondo attuale.

Il suo stile è genuino, forte, a volte addirittura blasfemo o grandguignolesco, di certo è sempre diretto e sfrontato. Ma esiste qualcosa, nei modi dell’universo, che non sia diretto e sfrontato e sia pure, al contempo, vero?

Espandi il testo...




Vittorio Sgarbi

Mi chiede notizie, Gianni Molaro, di Luca Giordano, di Solimena, di Francesco De Mura, e mostra più curiosità per il mio giudizio sui quadri che ha collezionato che sui suoi stessi disegni e acquarelli.
La sua Fantasia ha un metodo e affonda le radici in una tradizione ricca di stimoli e di curiosità.
Così Gianni Molaro esprime la sua sensibilità di artista attraverso la moda. Essa diventa il supporto per esercizi di stile in cui la trasgressione si accompagna all’ironia.

Convivvono in Molaro sapientemente, la passione per la pittura antica e le suggestioni delle avanguardie più radicali, da Salvador Dalì a Andy Warhol. La sua impresa creativa è colta, sofisticata, ricca di simboli. Ma essi non hanno altro significato che il piacere, l’esaltazione della creatività, senza ossequio alle mode estetiche, in nome della resistenza della moda. Ne esce un personalissimo surrealismo, che si esprime in bozzetti di notevole qualità che hanno lo stesso rigore formale e lo stesso gusto compiuto di quelli di Ertè, in una coerenza rara, come di chi sia più attento alle necessità dell’arte che alle esigenze produttive.

Molaro intende la moda come un cavallo di Troia per affermare l’artista che è in lui. Attraverso i vestiti passa una visione fatta di ansie e vanità, in un desiderio incessante di contagiare gli uomini con la bellezza, rendendo eccezionale la quotidianità. E’, ancora una volta il sogno decadente, come quello che fu dei preraffaelliti o di William Morris, ma non per questo Molaro rinuncia alla sua occasione, preparandosi alla sconfitta, in un mondo dominato dalla volgarità e dal brutto. Per quanto sta in lui, Molaro non ammette imperfezioni, non ammette errori. Non vuole lasciare il mondo come lo ha trovato. Vuole, in tutti i modi, renderlo più curioso e più bello.

Espandi il testo...









Per l'acquisto delle opere o per richiedere
informazioni, inoltra la tua richiesta.